Augustin Terwesten – Le tre grazie

Augustin Terwesten – Le tre grazie

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DESCRIZIONE

Il soggetto delle “Tre Grazie” è molto diffuso nella produzione artistica occidentale. Ricavato dalla mitologia romana esso comincia ad apparire, sia nella pittura che nella scultura, a partire dall’epoca umanistica e rinascimentale, nel momento in cui gli artisti si rifacevano ai modelli dell’antichità classica. Tra gli esempi più famosi possiamo citare la celeberrima interpretazione che ne ha dato Sandro Botticelli nella sua “Primavera”. Il soggetto è presente in tutte le correnti artistiche che si sono rifatte al classicismo: ricordiamo, ad esempio, il capolavoro neoclassico dello scultore Antonio Canova sullo stesso tema. Le tre Grazie vengono sempre rappresentate come tre giovani fanciulle nude che si tengono per mano o abbracciate. La religione romana ricalcò il mito delle tre Grazie su quello
greco delle Cariti, le quali secondo Esiodo erano Aglaia, lo splendore, Eufrosine, la letizia, Talia la prosperità. Esse dunque sono una rappresentazione benaugurante della pienezza del vivere e della felicità che ogni essere umano dovrebbe incarnare.

Dal punto di vista dello stile e della concezione compositiva l’opera presenta diversi aspetti molto interessanti. Si tratta di un dipinto composto secondo una concezione fortemente classicista rielaborata in epoca seicentesca. La forte componente classicista è rintracciabile, come abbiamo visto, innanzitutto dal soggetto, ricavato dalla mitologia greco-romana, ma è ravvisabile anche nella composizione. Infatti l’opera viene strutturata secondo una perfetta visione centrale e simmetrica, nella quale la disposizione delle tre Grazie (secondo lo schema tradizionale per il quale due sono rivolte verso il pubblico, mentre quella centrale è voltata di spalle) viene ricavata tramite un’armonica corrispondenza di gesti. Inoltre, anche dal punto di vista formale, c’è una ostentata esaltazione dei valori plastici nella costruzione di volumi scultorei, ravvisabile nelle anatomie compatte e nella descrizione dei complicati panneggi. Anzi, in questo senso notiamo una tendenza dell’artista verso una nitidezza dei volumi e all’evitare effetti troppo accentuati di pittoricismo o atmosferismo che corrodano le forme. Ciò risulta, in qualche modo, in controtendenza con l’epoca in cui l’opera è stata dipinta, dato l’accentuato pittoricismo tipico dell’arte barocca e delle altre correnti seicentesche. Notiamo, infatti, in questo pittore un forte residuo di una concezione manierista del fare pittorico, ravvisabile soprattutto in un certo allungamento innaturale delle forme. Tuttavia non vi è dubbio che l’opera sia seicentesca data l’aura di magniloquente austerità che conforma tutta la sua concezione. Molto indicativo, in questo senso, è la prevalenza di un cromatismo scuro e il fondo nero, decontestualizzato, dal quale emergono le figure. Dal punto di vista formale l’artista mostra di possedere una grandissima tecnica pittorica che possiamo constatare nella morbidezza del tocco con il quale vengono delineate le statuarie anatomie vivacizzate da un’inteso gioco di luci e di ombre.

L’opera è stata attribuita ad Augustin Terwesten, pittore olandese nato a l’Aia nel 1649 e scomparso a Berlino nel 1711. Fu pittore alla corte del Principe Elettore del Brandeburgo Federico Gugliemo. Noto proprio per i suoi soggetti ispirati alla storia ed alla mitologia classica, la sua formazione si svolse anche in Italia, dove soggiornò a Roma dal 1675 al 1677 e a Firenze e Venezia nel 1678. In queste città Terwesten ebbe modo di studiare e copiare i grandi capolavori dei maestri del Rinascimento italiano di modo che nel suo retroterra fiammingo venne ad innestarsi una forte componente classicista sia dal punto di vista iconografico che formale. Proprio l’unione della componente fiamminga con quella classicista venne a creare quella particolare maniera stilistica che possiamo ravvisare anche nella nostra opera per cui l’artista ricerca l’esaltazione plastica di volumi e forme statuarie in una stesura compatta che rifugge da troppo accentuati pittoricismi in una sorta di riproposizione seicentesca del Manierismo.


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