Pieter De Witte – Annunciazione

Pieter De Witte – Annunciazione

Candido Pietro

  • Tecnica: Olio su tavola
  • Dimensione: 125x150
  • Anno: 1580 (circa)

  • Certificato: In allegato perizia di Didier Bodart che attribuisce il dipinto a Pieter De Witte
  • Stato di conservazione: Ottimo
  • Codice prodotto: GTAS001

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DESCRIZIONE

Quella dell’Annunciazione è un’iconografia popolarissima nel corso della Storia dell’Arte Occidentale ma anche Bizantina. Essa è ricorrente in tutti i periodi storici dal Medioevo fino all’Ottocento. L’episodio dell’Annunciazione viene narrato nei vangeli di Matteo e Marco. A livello iconografico si distingue una variante semplice in cui appaiono solo l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Maria o varianti più complesse in cui viene rappresentato l’interno della casa della Madonna o anche scorci di città. Gli attributi iconografici più ricorrenti dell’angelo sono il giglio, simbolo di purezza, e il gesto benedicente. La Vergine Maria viene solitamente rappresentata nell’atto di leggere un libro, interrotta dall’apparizione dell’angelo. Altra componente iconografica fondamentale, nel soggetto dell’Annunciazione, è la presenza dello Spirito Santo nelle sembianze di una colomba bianca.

L’opera mostra una struttura compositiva molto semplice: la scena è quasi interamente occupata dalla Vergine e dall’angelo. Essi si stagliano in primo piano lasciando poco spazio allo sfondo. L’articolazione spaziale è molto equilibrata, l’artista ha creato una vera e propria scatola prospettica in cui le due figure sono libere di muoversi in modo coerente. In effetti sia la Madonna che l’angelo sono protagonisti di torsioni che comunque non alterano l’equilibrio compositivo. Anzi, i movimenti tra i due protagonisti, essendo complementari, vanno a formare un’ideale struttura a piramide: uno schema tipicamente rinascimentale. Così come pienamente in linea con il Rinascimento maturo sono le proporzioni monumentali dei soggetti le cui membra possono essere individuate anche sotto l’ampio e complesso panneggio. Oltretutto l’esecuzione è totalmente in linea con una resa naturalistica complessiva delle figure insieme ad un certo grado di idealizzazione. A livello pittorico, invece, si può riscontare che siamo ormai in una fase successiva al Rinascimento. Notiamo infatti una maniera pittorica più lucida e dura, diversa dai soffusi atmosferismi e pittoricismi del pieno Rinascimento. Una modalità pittorica certo più assimilabile alla fase compiuta del Manierismo che vide tra gli altri Giorgio Vasari (con il quale De Witte collaborò) come uno dei massimi rappresentanti. La luce, comunque, proviene dalla nostra destra e, anche se fredda, copre i personaggi di delicate ombreggiature. E’ interessante notare in questa opera la commistione dell’indole rinascimentale italiana (con l’uso della prospettiva, dello schema compositivo geometrico e della monumentalità) con quella fiamminga del realismo, della quotidianità. Il dipinto ci mostra alcuni esempi del modo in cui il pittore fiammingo si sofferma sugli oggetti della quotidianità descrivendoli minuziosamente: il libro lasciato aperto con la sua grafia elegantissima; il tappeto con le sue trame; il cesto pieno di oggetti di un’esistenza domestica; l’apertura sullo sfondo che ci lascia intravedere la camera con il baldacchino.

Pieter De Witte è stato un pittore fiammingo nato a Bruges tra il 1540 e il 1548 e morto a Monaco di Baviera nel 1628. La maturità artistica di questo pittore si compì in Italia, a Firenze, dove ebbe una proficua collaborazione con Giorgio Vasari. De Witte, infatti partecipò alla lavorazione di due dei cicli più importanti del maestro aretino: la Sala Regia in Vaticano e la cupola di Santa Maria del Fiore. Per un periodo (dal 1577 al 1585) risiedette anche a Volterra. La sua carriera raggiunse il culmine e si concluse in Germania, dove si trasferì negli anni ’80 del XVI secolo. A Monaco di Baviera, alla corte di Guglielmo V, realizzò vari cicli di affreschi e pale d’altare come quelle per le chiese di Augusta e Frisinga. Proprio in Germania, in memoria del suo soggiorno italiano, gli venne dato il soprannome di Pietro Candido.


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