Origine del mercato dell’arte e origine del collezionismo

Le origini del mercato dell’arte e della storia del collezionismo risalgono indietro nei secoli fino all’antichità classica. E’ noto a tutti che l’antica Grecia è stata caratterizzata da un grande fiorire delle arti, legato però essenzialmente alle committenze, da parte dello stato, di opere per la città, la polis. Ma poiché ciò che a noi interessa maggiormente è il collezionismo nella sua forma privata piuttosto che pubblica, dobbiamo fare subito un salto in avanti e riferirci alla Roma classica, perché è lì che ha origine il gusto per il collezionismo e l’antiquariato. In particolare ciò che osserviamo è il fenomeno dello sviluppo, nella tarda antichità (intorno al 200 a.C.), nell’ambito dei rapporti tra Roma e la Grecia, di una consistente richiesta di statue greche da parte delle dominanti classi romane.
Fu così che, dietro lo stimolo di una domanda di collezionisti, iniziò a svilupparsi l’industria dei manufatti artistici in copia, ovvero di riproduzioni dei capolavori della statuaria greca dei due secoli precedenti (la qual cosa creerà, nei secoli a venire, non pochi problemi agli archeologi che si troveranno a dover distinguere tra l’esiguità dei pezzi originali e l’enorme quantità di copie ritrovate).
Questo commercio di oggetti d’arte, di cui troviamo testimonianza in alcuni documenti della letteratura latina, come ad esempio le lettere di Cicerone, portò con sé la nascita di alcuni famigerate collezioni di cui si hanno notizie, come quella di Cesare, Pompeo, Silla, Bruto, Lucullo ed altri.
Contemporaneamente pare compaia la prima figura di esperto, intermediario ed esportatore, e dei primi listini prezzi, che avevano la funzione di regolare questo tipo di transazioni.
Durante il Medioevo, con l’avvento del Cristianesimo, la produzione artistica era totalmente gestita dalle commissioni della Chiesa e gli artisti-artigiani, completamente dipendenti da questo monopolio, erano attivi unicamente nelle botteghe monastiche, nelle officine-laboratori dei conventi e nei cantieri addetti alla costruzione delle grandi chiese. In questa situazione è ovvio che il commercio di opere d’arte si ridimensionò enormemente, (anche se il collezionismo non sparì del tutto) e rifiorì solo verso la seconda metà del 1300, per riaffermarsi pienamente durante il Rinascimento.
Ci soffermiamo ora ad esaminare più approfonditamente questo periodo1, perché prelude ad uno dei momenti di massima fecondità della produzione artistica, e del collezionismo ad essa connesso. Dunque cerchiamo di comprendere orientativamente quali furono le condizioni che determinarono questo fenomeno.
Nel tardo Medioevo, la produzione artistica è legata a due nuovi tipi di domanda: da una parte quella della nascente borghesia cittadina, e dall’altra quella dell’aristocrazia curtense.
Analizziamoli uno alla volta. Il risorgere delle città e lo sviluppo dell’economia monetaria, insieme alla capacità di acquisto della borghesia, che si costituì come clientela privata, per i prodotti artistici, fanno riemergere l’elemento laico nell’arte. L’emergere di questa nuova domanda permise agli artisti di svincolarsi dal monopolio ecclesiastico, che li teneva legati ai cantieri, e di stabilirsi nelle città come maestri indipendenti, che lavoravano nelle botteghe. Verso il 1300 tale concentrazione di artisti nelle città, vede la nascita delle corporazioni, organizzazioni autonome (che già esistevano da secoli nell’ambito di altri mestieri), che servivano sostanzialmente a combattere il pericolo della concorrenza. Queste corporazioni tendevano a loro volta, evidentemente, ad assumere, un carattere monopolistico.
Le richieste, che arrivarono ad un certo punto a centinaia e migliaia, dalla nascente borghesia e che corrispondevano, da una parte, al loro gusto e potere d’acquisto, e dall’altra, alle capacità produttive di queste industrie artigianali che erano le botteghe, determinano anche un cambiamento di stile, che diviene meno solenne, più leggero e raffinato, più dinamico e vivace, anche nell’uso di materiali diversi. Sarà dunque la domanda stessa a condurre verso una concezione del dipinto come ornamento della parete, e della statua come oggetto d’arredamento.
Ora è necessario puntualizzare che la produzione di queste corporazioni non raggiungevano ancora un alto livello artistico, ma rimanevano al livello dell’artigianato, del mestiere appunto. Tuttavia la cosa importante fu che gli artigiani in questione, raggiunsero invece un alto livello di autonomia, in questo passaggio dal cantiere alla bottega come azienda artigiana, che rappresenta comunque un primo passo verso la futura condizione di libertà dell’artista moderno.
A cosa ci serve ricostruire storicamente la conquista della libertà dell’artista, e il suo progressivo svincolarsi dai vari tipi di monopolio? Ci serve ed è fondamentale per ragionare sul rapporto tra arte, economia, società e cultura che si trova alla base del collezionismo, del mercato e dell’arte come sistema.
Puntiamo perciò la nostra attenzione su un fatto indissolubilmente legato all’origine del collezionismo di arte contemporanea che si avvia a svilupparsi, ed è l’inizio della trasformazione sociale degli artisti. Fino a questo momento, infatti, non vi era distinzione tra artista e artigiano, e questo, a monte, perché la pittura, veniva inserita nel novero delle “arti meccaniche”, in cui prevaleva l’aspetto dell’abilità manuale, considerata contrapposta e inferiore rispetto alle “arti liberali”, basate sul pensiero. Questa distinzione, che ha origine nella cultura greca, viene reiterata dalla cultura medievale: mentre le “arti liberali”, di cui facevano parte la poesia, la musica, la filosofia, erano attività immateriali, di puro esercizio della mente, e per questo erano considerate “libere”, le attività “materiali”, richiedendo una certa manipolazione fisica di questo o quel materiale, e perciò “meccaniche” o “servili”, erano ritenute indegne di uomini liberi. Questo è il motivo per cui gli artisti occuparono un rango sociale basso fino al XIV secolo.
E’ con la nascita delle corti e delle signorie che gli artisti cominciano ad occupare una posizione sociale diversa da quella degli artigiani. Ad un certo punto gli artisti cominciano ad essere considerati degli inventori e ingenieri, dei creatori, a differenza degli artigiani che erano invece esecutori (che rispondevano esclusivamente alle condizioni del mercato). Questo riconoscimento è alla base del fenomeno per cui gli artisti vengono inglobati nelle corti e, all’interno delle grandi famiglie dell’aristocrazia e del clero, in un rapporto di appartenenza alla famiglia stessa, che concede loro inediti privilegi. Si badi che non si trattò di un cambiamento repentino e immediato, ma bensì di un processo lungo e graduale. Molti di questi artisti all’interno delle corti erano ancora, di fatto, trattati al pari di artigiani specializzati, i cui compensi dipendevano perlopiù dalla qualità e dal pregio dei materiali usati. Tuttavia quello che ci interessa è che alcuni di loro, invece, arrivarono a raggiungere una posizione molto diversa, che rappresentava la prova del grande cambiamento in corso, e dunque è a loro che ci riferiamo. Artisti come Simone Martini o come Giotto, vivevano e lavoravano presso delle corti, che oltre a garantire loro la libertà dai bisogni materiali (fornendogli vitto, alloggio e un salario fisso annuo), e oltre a offrirgli il privilegio di partecipare alla vita di corte, permise loro di acquisire uno status elevato all’interno della gerarchia curtense, concessogli dal mecenate (ad es. Simone Martini viene nominato cavaliere presso la corte napoletana di Roberto d’Angiò). Questi artisti privilegiati godevano della protezione del re o del signore, cui dovevano, in cambio, fedeltà giurata, e l’obbligo di richiedere una specifica autorizzazione qualora intendessero svolgere un lavoro presso qualche altra famiglia. Il vincolo tra gli artisti e i propri committenti mecenati è fortissimo, dunque l’emancipazione non è ancora totale, perché non c’è comunque autonomia dalla corte, che di fatto costituisce un altro tipo di monopolio, alternativo a quello delle coeve corporazioni cittadine (anche se queste erano di gran lunga più opprimenti della corte, perché conservatrici, mentre la corte favoriva l’originalità, l’innovazione). Tuttavia il grande cambiamento legato alle committenze curtensi, è l’affermazione sociale dell’artista da membro delle “arti meccaniche” a rappresentante delle “arti liberali”. Il grande cambiamento è cioè che l’arte manuale viene riconosciuta come una virtù, che viene ripagata per la qualità e non per la quantità (al contrario degli artigiani che venivano pagati per quantità di lavoro svolto, abbiamo già detto che i salari corrisposti da re e signori agli artisti era annuo, dunque indipendente dalla quantità di lavoro svolto).
L’epoca delle corti e delle signorie è l’epoca del trionfo del mecenatismo e il Quattrocento è pieno di nomi di artisti assai noti e apprezzati dalle società nelle quali vivevano.
Il modello dei legami si modifica e viene via via superato con l’aumento della ricchezza in generale, che vede la continua ascesa sociale dell’artista, cui corrisponde una libertà sempre maggiore durante il Rinascimento, in cui matura l’idea di vero e proprio “genio”. L’artista si emancipa così definitivamente sia dalla condizione dell’artigiano specializzato delle corporazioni legate al mercato più commerciale, sia dalla condizione di sudditanza nei confronti del proprio signore mecenate.
Gli artisti del XVI secolo non sono più propensi alla vita di corte. Artisti come Michelangelo e Tiziano non sono più soggetti a subire le costrizioni legate alla burocrazia curtense.
E’ il Cinquecento il secolo della nascita del collezionismo moderno, in cui tutto è collegato: il pieno riconoscimento degli artisti, porta con sé l’attribuzione di un alto valore alle loro opere, accostate dalla critica a quelle dell’antichità. Non a caso di questo stesso periodo è anche la nascita della storiografia artistica, nella celebre opera di Giorgio Vasari del 1550, che narra le vite dei più importanti artisti da Cimabue a Michelangelo.
Tra i più importanti collezionisti del Rinascimento troviamo Cosimo ‘de Medici, il figlio Piero il Vecchio, il nipote Lorenzo il Magnifico, il cardinale Pietro Barbo (poi papa Paolo II), il celeberrimo papa Giulio II, il cardinale Piccolomini ed altri.
Spero che a questo punto sia chiaro come le trasformazioni economiche e politiche (da un certo punto in poi soprattutto la formazione di una classe mercantile e imprenditoriale, e l’affermazione delle città quali centri commerciali), stiano insieme alla trasformazione sociale dell’artista, alla trasformazione dello stile e della concezione dell’arte, nonché allo sviluppo del collezionismo.
Per completare il discorso, aggiungiamo solo alcuni dettagli sul mercato del Cinquecento, come la pratica della vendita tramite agenti e mediatori e la costituzione dell’impresa commerciale con sede fissa per le trattative private, antesignana delle moderne gallerie (soprattutto a Venezia e nelle Fiandre). Nello stesso periodo abbiamo l’organizzazione delle prime esposizioni da parte di corporazioni di artisti, e vediamo crescere la pratica della rivendita delle opere che nel seicento prenderà la forma delle vendite all’asta (in Inghilterra e poi in Francia).
Si può dire dunque che tra il Cinquecento e il Seicento il mercato assume tutti i caratteri della modernità.
L’età barocca è il periodo del trionfo della committenza, e Roma, con lo strapotere dei papi, la sua capitale.
Nel Settecento il mercato dell’arte e il collezionismo si ampliano e si consolidano ulteriormente, fino a divenire un fenomeno di enorme portata nell’Ottocento, con lo sviluppo dell’industrializzazione. E’ questo il periodo che vede un grande fiorire di gallerie antiquarie e case d’asta in tutta Europa e in America, nonché la formazione di musei pubblici, ed esposizioni frequenti, ovvero un’azione di diffusione e divulgazione dell’arte.
Il collezionista non coincide più con l’antica figura del committente mecenate aristocratico, ma viene sostituito dal capitalista e affarista della moderna borghesia, il quale concepisce l’acquisizione di opere d’arte anche come investimento e possibile fonte di speculazione.

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