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LUPO100: MARE PRIMO, MARE TUTTO, MARE ALTRO
UN'IDENTITÀ DA RISCOPRIRE C’è un momento, nel racconto di Maristella Lupo, in cui il lavoro sull’opera del padre smette di essere un progetto e diventa qualcosa di più profondo e radicato. “L’altro giorno, mentre toglievo le cornici dai quadri, ho sentito un’energia che ne usciva fuori”, racconta. Da questa dimensione intima, quasi fisica, prende forma la trilogia di mostre dedicata all’artista nel centenario della nascita, Lupo100. Tutto ha inizio nel 2022 con la creazione del sito dedicato all’artista. L’idea di una mostra arriva lentamente, quasi per pressione esterna. “Ho sempre pensato che se avessi dovuto realizzare una mostra su Mario Lupo, questa avrebbe dovuto avere alta risonanza e mostrare altro rispetto a ciò che molti conoscono”, afferma Maristella Lupo. Da qui prende avvio un lavoro lungo e complesso: la ricerca e l’inventario delle opere, i contatti con i collezionisti, l’incontro con curatori e collaboratori. Un processo costruito passo dopo passo, tra difficoltà e nuove conoscenze, fino a delineare una struttura chiara: tre mostre, tre luoghi, un unico racconto. A questo percorso si affianca anche un documentario in fase di realizzazione, pensato come ulteriore strumento per attraversare la figura dell’artista. Nasce così la trilogia espositiva di Giulianova, Ancona e San Benedetto del Tronto, nella quale si spiegano le tappe della vita e della formazione di Mario Lupo. Non si tratta di una semplice suddivisione geografica, ma di un vero percorso umano e artistico. A Giulianova, città d’origine, la mostra Mare Primo si radica nel tema delle origini, ma non in senso strettamente cronologico. Le opere esposte attraversano stagioni diverse della produzione (dal 1962 al 1989), accostando vedute, nature morte e lavori più maturi come gli olivastri. A tenerle insieme è piuttosto una tensione comune: il ritorno a un nucleo primario, a quel mare “primo” che è forza generativa. Giulianova non è solo il punto di partenza biografico, ma il luogo in cui affonda l’intero immaginario dell’artista, una radice che ritorna e si trasforma lungo il suo percorso. Il racconto si costruisce attraverso opere provenienti da collezioni private, quasi a ricomporre una memoria diffusa e collettiva. Ad Ancona, invece, prende forma il momento decisivo della maturazione. Qui Lupo passa da una pratica inizialmente intima e autodidatta a una ricerca più consapevole. Non senza difficoltà: i primi lavori, dai colori chiari e delicati, vengono poco compresi. Eppure è in questa fase che emerge la sua tenacia. L’incontro con altri artisti, la sperimentazione tecnica - come l’uso della tela olona o della spatola - segnano una svolta. La mostra "Mare Tutto", pensata come retrospettiva, restituisce l’intero arco evolutivo della sua pittura, dagli anni Cinquanta fino ai Novanta. Infine, a San Benedetto del Tronto, vi è il momento dell’apertura e della piena espressione. Qui Lupo trova riconoscimento, ma soprattutto un ambiente umano e culturale che lo ispira profondamente. La mostra "Mare Altro" va oltre i temi più noti e presenta un artista sorprendentemente plurale: non solo pittura, ma sculture in vetro, scenografie, disegni, opere a tema religioso. Questo è il tentativo più esplicito di mostrare “l’infinità del suo mondo”. In questo senso, il lavoro di Maristella Lupo diventa un gesto personale. La scelta delle opere da esporre è dettata da una risposta emotiva: “Cerco i quadri in cui sento la sua anima”. Potrebbe trattarsi di un modo per colmare la distanza e rileggere il rapporto passato, terreno fertile di un dialogo postumo. Il documentario, attualmente in lavorazione, si inserisce in questa stessa direzione. Costruito come viaggio nei luoghi di Lupo - da Giulianova a San Benedetto, passando per Ancona - intreccerà testimonianze, materiali d’archivio e una narrazione che darà voce all’artista stesso, attraverso un racconto tra memoria e interpretazione. La sua proiezione è prevista in concomitanza con la mostra di Ancona, ampliando ulteriormente lo sguardo sull’artista. L’obiettivo, infatti, va oltre la dimensione privata: "Lupo100" si propone come occasione per ripensare il posto di Mario Lupo nella storia dell’arte del secondo Novecento. Non più figura locale, ma autore da rileggere in una prospettiva più ampia. Se l’arte può e deve far sentire le viscere dell’artista, le mostre - insieme al docufilm - sembrano voler partire da un’emozione che chiede ancora di essere riconosciuta.
Il Nero - tra potere e assenza
C'è qualcosa di paradossale nel nero. Lo associamo istintivamente all'oscurità, alla morte, al lutto — eppure è anche il colore dell'eleganza assoluta, dell'autorità, della raffinatezza. È il colore che veste i magistrati e i sacerdoti, ma anche le modelle sulle passerelle e gli intellettuali nei caffè. Nessun altro colore riesce a portare con sé, simultaneamente, tanta gravità e tanto stile. Come ci è arrivato? Prima ancora di parlare di simboli, vale la pena ricordare che il nero è stato, per secoli, un colore chimicamente ostico. In pittura, un nero davvero denso, profondo e stabile richiedeva materiali rari e costosi — come l'avorio calcinato, magnifico ma carissimo. I neri ottenuti da fuliggine o carbone tendevano a essere instabili, né densi né coprenti. Questo spiega perché, nel Medioevo, il nero fosse poco presente sui grandi formati pittorici: compariva più facilmente nelle miniature, usato con parsimonia come inchiostro. Era un colore prezioso proprio perché difficile. Fu la Riforma protestante a cambiare tutto. Cercando un'etica visiva dell'austerità e dell'onestà — opposta agli ori e ai colori accesi della chiesa cattolica — i grandi riformatori adottarono il nero come colore dell'umiltà e della sobrietà. Lutero si vestiva di nero. Carlo V anche. Quello che era il colore del peccatore penitente divenne, quasi per paradosso, il colore del potere: giudici, arbitri, ecclesiastici, capi di Stato. Il rigore morale e l'autorità civile finirono per vestire dello stesso colore. Il nero elegante dei nostri abiti da cerimonia è l'erede diretto del nero principesco del Rinascimento — e di quella severa etica protestante che ha plasmato il gusto europeo per secoli. Quando pensiamo al nero come colore del lutto, lo diamo per scontato — ma si tratta di una convenzione geograficamente e storicamente localizzata. In Asia, il colore del lutto è il bianco: perché il defunto, trasformandosi in corpo di luce, si innalza verso l'innocenza e la purezza. In Occidente, invece, è stata la tradizione cristiana a consolidare il nero come colore del commiato. E anche qui c'è stata una storia di accesso: fino al XVII secolo, solo gli aristocratici potevano permettersi un abito da lutto in nero, dato il costo elevato del pigmento. I contadini avrebbero seguito, lentamente, nei secoli successivi. Una delle vicende più affascinanti del nero è quella che lo lega indissolubilmente al bianco — non come semplice opposto, ma come complice. La fotografia prima, il cinema poi, hanno costruito un intero immaginario fondato su questa coppia: un modo di vedere il mondo che non è la semplice assenza di colore, ma qualcosa di autonomo, con una propria forza emotiva e una propria capacità di raccontare. I film noir, i ritratti in bianco e nero, le fotografie d'epoca — tutto ciò porta con sé una qualità di verità e di serietà che il colore a volte non riesce a eguagliare. Tanto che oggi, nell'era in cui il colore è ovunque e gratuito, girare un film in bianco e nero è diventato un gesto di stile e di distinzione: il bianco e nero come scelta estetica consapevole, quasi rivoluzionaria. Nel mondo contemporaneo il nero ha completato la sua trasformazione: è il colore della moda, dell'eleganza urbana, ma anche della contestazione — dalla bandiera anarchica alle uniformi di certi movimenti controculturali. Porta con sé, insieme, la serietà dell'autorità e il margine della trasgressione. È il colore che i bambini usano per disegnare i contorni delle cose, quello con cui si scrive su carta bianca, quello che definisce e delimita. In fondo, il nero non è mai stato solo il colore dell'assenza. È il colore che dà forma a tutto il resto — e forse è proprio per questo che non riusciamo a farne a meno.
QUESTIONE DI COLORE - Un invito a osservare i colori tra storia, simboli e percezione.
Il colore nell’arte non è mai un dato stabile.Ciò che osserviamo oggi è il risultato di trasformazioni lente, spesso invisibili, che agiscono sulla materia e ne modificano l’aspetto nel tempo. Per lungo tempo il colore è stato studiato come elemento tecnico — pigmenti, leganti, preparazioni — senza considerare quanto la conservazione, la luce e il contesto ne alterino profondamente la percezione. Le opere che ci arrivano oggi non restituiscono mai esattamente i colori originari, ma una loro continua variazione. È proprio in questa instabilità che il colore rivela la sua natura più complessa: non solo materia, ma anche costruzione culturale, legata allo sguardo di chi osserva e al tempo in cui viene osservato. Da questa prospettiva prenderanno forma, nelle prossime settimane, una serie di approfondimenti dedicati ai colori.
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