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Dal Bosco Sacro allo Scaffale: L'Evoluzione del Coniglietto di Pasqua
Poche immagini sono oggi così immediatamente riconoscibili come quella del coniglietto di Pasqua: orecchie lunghe, cesto colmo di uova colorate, espressione bonaria. Eppure dietro questa icona commerciale si nasconde una storia millenaria, fatta di dee germaniche, simbolismi lunari e una lenta metamorfosi iconografica che attraversa continenti e secoli. Le origini del simbolo affondano nella mitologia germanica precristiana. Secondo alcune fonti — tra cui i celebri Sermoni di san Beda il Venerabile del VIII secolo d.C. — esisteva una divinità primaverile chiamata Ēostre (o Ostara in germanico antico). Mentre nelle lingue latine il nome della festività Pasqua deriva dall’ebraico Pesach, nella cultura tedesca e inglese Ostern/Easter, deriva proprio da questa divinità pagana, venerata dai popoli anglosassoni durante il mese che oggi chiamiamo aprile. La festività in suo onore celebrava il risveglio della natura, la fertilità e il ritorno della luce. La lepre era l'animale sacro a questa dea. Il legame non era casuale: la lepre è da sempre associata alla luna (la "lepre lunare" è un archetipo presente in culture distanti tra loro, dal Giappone all'India, dal Messico all'Africa), e la luna regola i cicli della fertilità e il calendario agricolo. Con la cristianizzazione dell'Europa, molti simboli pagani vennero assorbiti e reinterpretati. La lepre entrò nell'iconografia cristiana con un significato nuovo: la sua prolificità divenne simbolo di resurrezione e vita eterna, mentre la sua natura crepuscolare e silenziosa la avvicinò ai temi della contemplazione. Un motivo iconografico affascinante e ancora oggi studiato è quello delle tre lepri in corsa circolare, ciascuna con un orecchio condiviso con le altre, in modo che le tre orecchie formino un triangolo al centro. Questo simbolo — che compare in chiese romaniche e gotiche dall'Inghilterra alla Germania fino alla Cina — veniva letto in chiave trinitaria in ambito cristiano, ma le sue origini sono probabilmente ancora più antiche e plurali. Lo ritroviamo in vetrate, capitelli scolpiti, maioliche islamiche e miniature buddhiste: una delle immagini più sincretiche della storia dell'arte. La figura del coniglio come portatore di uova pasquali compare per la prima volta nella letteratura scritta nella Germania del XVII secolo. Il medico e botanico Georg Franck von Franckenau, nel suo trattato De ovis paschalibus (1682), descrive già la tradizione popolare del coniglio che nasconde le uova nel giardino per i bambini. L'Osterhase — letteralmente "lepre di Pasqua" — era dunque una figura folklorica consolidata nell'area tedesca e alsaziana. Anche l’uovo, se ci pensiamo, è un simbolo di vita, fertilità e rinascita. Iconograficamente, le prime rappresentazioni visive del coniglio pasquale sono illustrazioni popolari e stampe su carta del XVIII e XIX secolo, spesso con toni naïf, in cui l'animale trasporta uova in un cesto o le deposita nel nido. Con la progressiva standardizzazione dei consumi e la nascita dell'industria dei dolciumi, il coniglio di Pasqua subì la sua trasformazione più radicale: da personaggio folklorico a mascotte commerciale. Con il XX secolo arrivano i coniglietti di cioccolato prodotti industrialmente, le cartoline illustrate (un genere che tra il 1890 e il 1920 produsse migliaia di varianti iconografiche), e infine i personaggi animati che consolidano un'immagine morbida, infantile e rassicurante. L'animale ha perso quasi ogni traccia della sua ambiguità sacra per diventare un simbolo universalmente innocuo. Ciò che è rimasto, attraverso tutte queste stratificazioni, è un nucleo simbolico sorprendentemente antico: la primavera, la rinascita, la promessa di qualcosa di nascosto da scoprire. Il rituale delle uova nascoste nel giardino — che milioni di bambini ripetono ogni anno senza saperlo — porta con sé l'eco lontana di un culto primaverile molto più arcaico. Il coniglietto di Pasqua è, in fondo, uno di quegli oggetti visivi in cui la storia dell'arte e dell'iconografia si intreccia con l'antropologia religiosa, il folklore popolare e la cultura di massa: un simbolo che ha saputo attraversare i secoli cambiando pelle, ma conservando nel profondo qualcosa di quella prima, vitalissima promessa di rinascita.
Mario Battistelli - Orgoglio Sarteano
Orgoglio di Sarteano e autore del Palio nel 1983, Mario Battistelli è un artista locale la cui pittura merita una nuova attenzione per la sua straordinaria immediatezza espressiva. Allievo di Don Manfredo Coltellini, Battistelli traduce il paesaggio in visioni armoniose, dove pennellate veloci — figlie della lezione di Cézanne — creano dinamismo e luce. Riscoprire oggi le sue opere, in gran parte custodite in collezioni private, significa apprezzare una sintesi perfetta tra tradizione figurativa e sperimentazione del Novecento. Ma chi era davvero Mario Battistelli? Per i suoi concittadini era semplicemente "Bozze", un soprannome che oggi è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica dell'identità locale. Scomparso nel 2007, Battistelli non ha mai lasciato davvero il suo paese: la sua produzione, imponente e inconfondibile, abita ancora nei soggiorni, nelle taverne e nei ricordi delle famiglie di Sarteano. Come ha sottolineato il Sindaco Francesco Landi, le sue opere sono un elemento identitario in cui la comunità si riconosce profondamente. Pittore "per nascita e per istinto", Battistelli ha coltivato il suo talento fin da piccolo, affinandolo poi nella celebre scuola di ceramica di Chiusi sotto la guida di Don Coltellini, una fucina di talenti che ha forgiato la sua mano sapiente. Di lui si apprezza una pennellata delicata e raffinata, ma al tempo stesso corposa ed efficace, in cui si intravede la lunga pratica di anni unita a doti innate e genuine: d'altronde, pittori si nasce, e Mario lo era nel profondo. La sua è una gamma completa di tutte le forme rappresentative: la sua maestria spazia dai paesaggi dal vero agli scorci suggestivi al limite tra il reale e l'immaginario, fino a forme oniriche, ritratti, figure umane e fantastiche. Nonostante il successo ottenuto in contesti prestigiosi — dalle mostre all'Argentario agli elogi de "Il Resto del Carlino" — Mario è sempre rimasto un artista schivo. Il suo solo "difetto" non è stato artistico, ma economico: non si è mai organizzato in senso manageriale per catalogare o valorizzare commercialmente i propri quadri. Per questo motivo, in un’epoca di pubblicità esasperata, i suoi meriti non sono sempre emersi in proporzione al loro valore reale. Ma basta osservare una sua opera per rendersi conto che il suo valore come espressione artistica e pittorica è assoluto. Nel 2024 il suo paese ha deciso di rendergli omaggio con la mostra diffusa “Bozze e Mario Battistelli. Il pittore e l’artista di Sarteano”. L’evento testimonia l’immenso affetto della comunità: sono stati i cittadini stessi ad "aprire le porte" delle proprie case, permettendo di censire, fotografare e selezionare le opere per il percorso espositivo e per il catalogo curato da Valerio Mazzetti Rossi. Che si tratti di un ritratto o di un paesaggio vibrante di luce, la pittura di Battistelli continua a comunicare sensazioni a chiunque sappia guardare con occhio sensibile, lasciandosi guidare da quella mano indimenticabile che ha reso "Bozze" l'interprete eterno della bellezza sarteanese.
"La matematica del segno" - Andrea Pazienza
Un attraversamento visivo tra urgenza, ironia e costruzione dell’immaginario Che cos’è, oggi, il disegno? È ancora un mezzo preparatorio, un passaggio intermedio, oppure può essere considerato un linguaggio definitivo, autonomo, capace di costruire immaginari complessi? La mostra dedicata ad Andrea Pazienza al MAXXI L’Aquila sembra partire proprio da questa domanda, mettendo subito in discussione qualsiasi gerarchia tra le tecniche e restituendo al segno una centralità assoluta. Entrarvi significa, prima di tutto, accettare una perdita di equilibrio. Non esiste un punto fermo, né una linearità rassicurante: ciò che si attraversa è un sistema di segni in continua trasformazione, dove il disegno non è mai solo rappresentazione, ma gesto, pensiero e tensione. Fin dalle prime sale emerge con chiarezza la natura duplice del segno di Pazienza: istintivo e, allo stesso tempo, costruito. “Matematica del segno” non è una formula evocativa, ma una chiave di lettura concreta. Ogni linea sembra nascere da un’urgenza immediata, eppure si organizza in strutture visive complesse, quasi architettoniche. Il risultato è un equilibrio instabile, in cui caos e controllo convivono senza mai annullarsi. Il percorso non è solo cronologico, ma anche emotivo. Si passa dai lavori degli anni Settanta, dove il tratto è ancora in fase di esplorazione, alle opere degli anni Ottanta, in cui il linguaggio diventa pienamente consapevole, stratificato, riconoscibile. In questo senso, la timeline che accompagna le sale non è un semplice supporto didattico, ma uno strumento che aiuta a leggere l’evoluzione dell’artista come una progressiva intensificazione del segno. Le opere su carta — vero cuore della mostra — sono quelle che restituiscono con maggiore evidenza la complessità del suo lavoro. I volti oscillano continuamente tra ritratto e caricatura, i corpi si deformano ma restano profondamente umani. Non si tratta mai di descrizione: Pazienza costruisce immagini che sembrano emergere da un immaginario collettivo, filtrato però da una sensibilità estremamente personale. Accanto a queste, il percorso alterna lavori più controllati a immagini più nervose e istintive, creando un ritmo visivo che accompagna tutta la visita. È proprio in questo continuo passaggio tra precisione e urgenza che si coglie la forza del suo linguaggio. Particolarmente riuscito è anche il dialogo tra dimensione intima e dimensione monumentale. Da un lato, piccoli lavori su carta che rivelano un’attenzione quasi ossessiva al dettaglio; dall’altro, opere di grande formato — come il potente Zanardi equestre — che espandono il disegno nello spazio. Qui il fumetto smette definitivamente di essere pagina e diventa esperienza, entrando a pieno titolo nel linguaggio dell’arte contemporanea. Un elemento che attraversa tutta la mostra è l’ironia, spesso corrosiva, mai decorativa. Nei lavori più narrativi e nei richiami alla cultura pop emerge una capacità rara di mescolare registri diversi: alto e basso, colto e popolare, lirico e grottesco. È proprio questa tensione a definire la modernità di Pazienza, capace di parlare su più livelli senza mai semplificare. La sezione dedicata agli anni Ottanta — con il riferimento a Frigidaire e alla nascita di Zanardi — aiuta a contestualizzare il suo lavoro all’interno di una stagione culturale irripetibile. Pazienza non è solo illustratore o fumettista, ma autore totale, in grado di intercettare e restituire lo spirito del proprio tempo. Uscendo dalla mostra resta una sensazione precisa: quella di aver attraversato non solo un insieme di opere, ma un modo di pensare il disegno. In Pazienza il segno non è mai neutro: è sempre posizione, scelta, rischio. Ed è forse proprio qui che risiede la sua attualità — in una pratica artistica che rifiuta la neutralità e rivendica, con forza, la necessità di esporsi.
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